venerdì, 23 gennaio 2009
Al mio successivo e, come sempre, furtivo incontro con Giovanni, glie lo dissi; un po' melodrammaticamente e un po' da troietta, che era come mi sentivo: "sai mi sono fatto rompere il culo, da uno incontrato per la strada. Adesso se vuoi puoi farlo anche tu, tanto non sono più vergine." La reazione emozionale fu vistosa ed incontrollata: pallore, tremore e poi pianto e ripulsa. Io invece, sicuro della mia nuova potenza, mi ero calato pantaloni e mutande, alzato camicia e maglietta ed accarezzandomi il seno, lo guardavo sfrontato:dicendogli "l'ho fatto per te, ti voglio tanto" e torcendomi il busto, gli proponevo il mio bacino di profilo. Visto che il risultato era ancora sulla ripulsa "non voglio vederti più... Perchè mi dai questo dolore? Mi fai schifo..." gli aprii i pantaloni cercando di estrarre quello che era solo un lumacotto. Infine, ansimandogli sopra (uno dei trucchetti che avevo scoperto da solo  e di cui ero molto orgoglioso) il meschino riprendeva una timida erezione.
Non potevo fare a meno di comparare quel cazzo con la potente belva del Signore che mi aveva dato il più forte dolore del mondo, e mi sentivo sicuro di poterlo prendere in me senza troppi danni. Con un po' di manfrine così fu, e fu un amplesso violento ed astioso. Dolore, molto meno, fastidio un po'; come avrei appreso più tardi da un amico saccente, il culo ha bisogno di essere rodato, ed il tegumento interno (cioè la parete) deve, con l'uso, staccarsi leggermene in modo da poter accompagnare appena il membro che entra. Niente lubrificanti per me a quei tempi, ma solo un po' di saliva che non lubrifica un bel niente, o il graditissimo liquido prostatico.
Giovanni, dopo essersi fatto un po' pregare, me lo infilò con una a me non sgradita violenza, cominciando a sussultarmi dentro con grandi colpi, mentre io lo incoraggiavo con il liguaggio più volgare che potessi immaginare: "si, dai così, riempimi, sono tuo, tuo fino dentro!". Finita la dolcezza , la comprensione, il dolce insegnare. Giunti all'inculata Giovanni era un amante egoista e… un po' cattivo, le sue mani mi stringevano i fianchi dandomi ogni tanto una sculacciata, mentre io stavo lì a subire pensando "questo è il destino di noi creature. Questo è esser troio". Eccitato ero eccitato, e compensavo la sua mancanza di riguardo ditalinandomi.
Per fortuna venimmo quasi insieme, così io languido gli potei mostrare nel palmo della mia mano quanto mi fosse piaciuta la sua intrusione, i cui effetti stavano cominciando a colarmi sulla coscia. "Ti è piaciuto? A me tanto. Vedrai, se mi insegni diventerò più bravo", tutto il repertorio della non più vergine cuccia mi veniva fuori d'istinto, come se generazioni di antenate troie mi suggerissero frasi che venivano dal budello più che dal cuore o dalla testa. Lui, un po' orgoglioso "adesso non farai più il cattivo e staremo solo assieme?"
Questa frase mi fece riflettere: e quando mai? Adesso volevo continuare, prendere tutti i cazzi del mondo, darmi a questo e a quello, d'impulso, a degli sconosciuti: e le mie antenate che assistevano alla scena da dentro il mio DNA mi suggerirono la frase più offensiva: "hai visto come mi sono fatto aprire bene? Ti piace?", "Chissà che male ti ha fatto". Il mio sognante "Oh Sì, Taanto" non migliorò l'atmosfera.

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Dopo una settimana di astinenza, ero stato solo una volta a trovare la zia ma avevo evitato Giovanni, mi prese la voglia di rivedere il Signore, Colui Che Mi Aveva Completamente Rovinato. Paura, ma anche desiderio di continuare, per provare finalmente il Grande Piacere o per seguire un destino che mi era chiaramente segnato.
Presi quindi a passare il più sovente possibile dalla strada dove abitava, ed in capo ad un paio di giorni eterni riuscii ad incrociarlo. Mi presentai di fronte a lui e gli chiesi "mi vuoi ancora?", "Aspetta un minuto e vieni su" mi rispose. Trascorso il minuto mi avviai con le gambe che mi tremavano dall'eccitazione come una vergine... no, mi dicevo, come una sposa novella che già se cosa le verrà fatto e lo pregusta. Stavolta la portinaia c'era; evidentemente il brasato di cui si sentiva l'odore aveva un'autrice: "desideraa?" "Professoressa Ferrari" risposi con la mia voce da bravoragazzoeducatodicategoriasuperiore; "terzoo" e mi avviai verso il mio carnefice.
Porta, direttamente in camera e via i vestiti. Dal bagno si avvicinò il Mio Signore già nel suo costume da battaglia e con la lancia quasi in resta. Avvicinatosi, menandoselo, "succhiamelo" mi disse con la sua voce roca e bassa. Scivolai in ginocchio e cominciai il per me consueto gioco di lingua, ma una mano sulla nuca ed una spinta mi spiegarono che lì si giocava con altre regole.
Il film Gola Profonda che avrebbe rivelato Linda Lovelace non era ancora stato girato, e la sua storia era sconosciuta, ma mi si rivelò in un istante. Io ragazzino delicato e schifiltoso, pronto a vomitare per un tornante troppo brusco  o per un nervetto nella bistecca, ero stato invaso da questo palo brutale che mi finiva fin dentro i polmoni (quello mi veniva in mente) facendomi soffocare-disgustare-rigettare. Un singulto e uno strattone indietro, ma il Signore non accettava queste cose: "succhia!" mi ripetè mentre anche l'altra mano mi si posava sulla nuca.
La devozione che provavo per il mio Sverginatore mi fece rilassare, e, giuro, la mia ugola accettò la punta del Grande Uccello Che Mi Aveva Sfondato e che quindi Poteva Stare Ovunque Dentro di Me, e anzi provava un godimento ad essere toccata dall'Essenza del Nostro Sommo Signore, così come le labbra percepivano il suo poderoso va e vieni. Solo dopo mi resi conto che mi aveva afferrato entrambe le orecchie e non solo mi sfantuffava, ma anche mi guidava incontro a se. Istintivamente il mio tronco si era allineato in modo che la gola fosse in linea retta colla bocca, come, avrei appreso tempo dopo, fanno gli ingoiatori di spade.
Stranamente e  aggiungerei frustrantemente, uscì per schizzarmi sulla faccia, e vedendomi leccare una o due gocce, "sei proprio una vera troia" mi disse con fare compiaciuto. Mentre avvicinavo le labbra al suo cazzo avevo cominciato a sditalinarmi ma, travolto dagli avvenimenti e cercando di sopravvivere avevo assolutamente smesso. Adesso tuttavia, l'odore dello sperma e la situazione mi avevano fatto correre la mano all'uccello; ma non era evidentemente finita.
"Vieni" mi disse il Signore facendomi sdraiare sul  letto, posandomi sul fianco e facendomi avvicinare le ginocchia al petto. Poi, si mise anch'egli di fianco, dietro di me e dopo l'odioso, inevitabile dito nel culo, su cui aveva sputato (non potevo vederlo, ma il rumore leggermente insistito e l'umidità erano evidenti) finalmente la Ragione del Mio Esistere si avvicinò alla Sua Naturale Guaina. Il mio dito vibrava freneticamente sul mio frenulo, ma mi venne scostato decisamente "no, aspetta", e lentamente il Cazzo del mio Signore si fece strada appena dentro di me. "Adesso sarai tu ad incularti su di me, piano, fino a farmi entrare tutto" queste o altre parole, e io, povera vittima ma non più innocente, eseguivo, ondeggiando naturalmente le anche (come suggerivano le antenate troie che, ero certo, erano orgogliose che l'Ultimo della Schiatta avesse assimilato così a fondo tutti i geni di millenni di sconcezze).
Forse il ricordo, come spesso fa, si è cambiato, e la vera reverenziale devozione per il mio Sverginatore venne in quel momento in cui, rispondendo al mio timido porgere il culo, lui si ritraeva appena, facendomelo desiderare di più. Lampi, ronzio alle orecchie, sudore, ma sopra tutto, concentrazione assoluta di tutto il mio essere in quello sfintere che faceva ancora male, ma no, non molto, anzi niente, e che sentiva questo Cazzo duro ma non più durissimo come era stato in gola, che avanzava, e avanzava, e avanzava facendomi aprire a piccoli strappi, come una conferma definitiva di quella prima, terribile lacerazione. Non era forse dentro tutto, d'altronde, come avrebbe potuto? Il Supremo Essere del mio Signore era immenso, quando si fermò.
"Adesso sentilo dentro, troia,senti come lo stai prendendo nel culo. Muovilo quel culo, fammi godere e godi anche tu, troia. Senti come te lo ho rotto, senti come lo vuoi. Ti farò diventare una vera troia, come mi hai chiesto, troia". Non so ancora adesso se queste sono le parole che ho sentito (in realtà il Mio Signore era un bel po' taciturno) o se ho solo desiderato sentirle. Fatto sta che dopo un tempo interminabile in cui il mio essere godeva di quella dilatazione, la sua immobilità mi era diventata insopportabile, e cominciai a muovermi, poi di più. Ben presto anche il mio Signore cominciò a darmi dei colpi ritmati e soddisfatti, e prendendomi l'uccello si mise a menarlo nella sua rustica maniera. Venni finalmene nella sua mano e sentii il mio culo contrarsi mentre eiaculavo, e sentii il Supremo Cazzo godere dentro di me. Anche allora, come in seguito solo raramente, sentii lo sperma schizzarmi dentro e poi, con una sculacciata, la mia Delizia uscire da me ed io ridiventare un povero contenitore vuoto.
Giù dal letto, sulla tazza, cercando di non far capire che stavo espellendo la Sborra del mio Signore (mi sembrava irrispettoso), una veloce lavata, un'altra perchè avevo scoperto allo specchio di avere uno schizzo di sperma secco sul sopracciglio, un breve saluto, stavolta senza bacio osceno (forse perchè mi aveva goduto in bocca?) e fuori.
Sguardo all'orologio: sono passate quasi due ore. Me lo ero tenuto nel culo per certamente più di un'ora, stavolta ero orgogliosamente sicuro, ero un Culo; e il mio Signore aveva impiegato quasi due ore a spanarmi. Capivo che non ero nulla, aveva importanza solo quel vuoto che si creava dentro di me e solo per accogliere un Cazzo.

(by tiiresia)
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venerdì, 16 gennaio 2009
Avevo più o meno a questo punto deciso di andare fino in fondo. C'era un qualcosa in me che mi spingeva oltre.
Capitò come per caso; stavo camminando per via Torino quando sentii uno sguardo su di me; apparteneva ad un uomo grande e grosso, pletorico, vestito in modo normale. Il suo sguardo era quasi palpabile; non so cosa mi prese, ma io, quindicenne di nessuna esperienza e timido, mi avvicinai e gli dissi più o meno qualcosa come: "Sono vergine. Mi rompi il culo??"
Il suo sguardo divenne porcino, ed io lo trovai estremamente eccitante; mi disse semplicemente "vieni" e poi si allontanò come disinteressato. Lo seguii fino a una casa nelle viuzze vicine, mi attese e mi sussurrò: "Passa davanti al portinaio e vieni al secondo piano; se ti fermano dì che vai dalla professoressa Ferrari" Così feci, la porta era socchiusa, l'appartamento in penombra. Anche se poi quell'appartamento ed il suo arredamento, pesante e vecchiotto, mi sarebbero divenuti familiari, di quella prima volta non ricordo quasi nulla tanta era l'eccitazione.
Seguii il Signore in una stanza da letto dal lieve afrore di maschio. Senza una parola Lui aveva cominciato a spogliarsi ed io, quasi tremando, finii prima di lui, che, quello lo ricordo, tenne canottiera e calze. Mi avvicinai e gli presi in mano da sotto il sesso, che gli si stava levando: era più scuro e anche più grosso di quello di Giovanni. Come ormai sapevo fare bene, mi chinai e cominciai a stuzzicarlo con la punta della lingua. Si drizzò ed allungò subito, quasi spingendomi indietro, ed io lo presi fra le labbra, passando la lingua sul glande lungo il prepuzio.
"Vieni qui", mi disse, girandomi: mi spinse a pancia giù sul letto, piegato e con le gambe ancora a terra, e poi si sputò su un dito e me lo infilò appena dentro. Me lo ero fatto da solo, per avere un'idea di ciò che voleva dire, e  non mi era piaciuto; come non mi piaceva adesso: non apprezzavo né la ruvidezza, né il fastidio dell'unghia, comunque, poiché ero eccitatissimo, emisi quello che speravo fose un mugolio di apprezzamento. Il dito intruso venne subito tolto ed al suo posto si appoggiò il glande, molto più piacevole e liscio: io mi spinsi aprendomi, come per invitarlo, lui si fece strada appena  e...
Un dolore lancinante, come non credo aver mai provato in vita mia senza perdere i sensi, un urlo ed uno spasmo del corpo per liberarmi, una luce nella testa ed una sensazione di caldo dappertutto e DOLORE, DOLORE, dolore. Ma il mio Signore era evidentemente un cavallerizzo esperto, e non ero riuscito a disarcionarlo. Cominciò a muoversi piano, no, veloce ma breve, come una vibrazione (un movimento che ho poi imparato io stesso con grande successo tra uomini e donne), e la sua mano si insinuava sotto di me, prendendomi l'uccello e dandogli una rustica masturbazione. Tutto questo è stato da me recepito dopo, al momento tutto il mio essere era concentrato su quel dolore enorme, esistenziale, galattico, incommensurabile, mistico. In quella sensazione di essere rotto, aperto, lacerato, irrimediabilmente e per sempre.
Non si sente, checchè se ne dica, lo sperma nel culo, solo lo spasmo dell'uccello dentro dà l'idea che vi siano venuti dentro. Quella volta tuttavia ebbi l'impressione di sentire il getto… che conoscevo bene dentro di me, e gli mormorai "si, riempimi" provocando un'ultima, lancinante spinta. Un altro dolore venne quando lo ritrasse, ma più che dolore,assieme all'innegabile sollievo, una scomparsa, una mancanza, un bisogno; prima avevo svolto il ruolo che la vita mi riservava, ora ero tornato inutile.
Il Signore mi voltò e mi pose davanti agli occhi orgoglioso, il suo cazzo ancora turgido ma non più eretto, che portava tracce leggere di sangue: "guarda" mi disse roco, "e io che non ci credevo", avvicinandosi alla mia faccia e dandomi un bacio osceno (la definizione mi si presentò alla mente proprio allora, d'altronde era il primo bacio che accettavo da un maschio e mi sembrava parte dovuta di quella iniziazione). Mi accorsi solo allora di avere il viso rigato dalle lacrime che mi erano scese. Divindolandomi dolcemente, gli posai un bacio leggero sulla punta del glande e mormorai "grazie", e grato ero davvero.
Un passaggio veloce in bagno, seduto con un subitaneo impulso a defecare; impulso che produsse solo lo sperma che il Signore mi aveva versato dentro, una breve lavata alla faccia e al culo, e poi, sempre senza una parola rivestito e via, fuori, per la strada.
Camminando sentivo il dolore al culo, e ne ero fiero, mi sembrava che ogni passante potesse leggermi in faccia e nel corpo il fatto che mi ero dato a qualcuno, che ero stato penetrato, violato in quella che gran parte degli umani non avrebbero mai concesso a nessuno. Sentivo lo sfintere rotto, dilaniato, ingigantito, come volesse affermare la sua importanza e quella del fatto appena avvenuto che mi rendeva grande, esecrabile, diverso. Era un mio segreto, che però avrei volentieri gridato a chiunque. Rientrato a casa, cercando di evitare sguardi familiari che, mi sembrava, avrebbero letto tutto subito, e chiuso in camera, finii la sega iniziata dal Signore e mai completata, rivivendo l'episodio e venendo, con un brivido ed un fiotto bianco e bollente, che leccai completamente dal pugno chiuso.
Ci vollero due giorni perché mi ricomponessi, e perché il buco ormai rotto per sempre smettesse di dolermi. Ma questo dolore era al contempo eccitante, intimo, sensuale. Ad ogni fitta corrispondeva un inizio di erezione, ed era una sensazione deliziosamente peccaminosa.

(by tiiresia)
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giovedì, 07 agosto 2008

Questo non è un racconto.

Spesso si dice che molte donne fanno le bisex per moda. E' più facile per una donna rispetto a un uomo, anche se non ti piace veramente, manifestare curiosità pruriginosa. Questo attrae gli uomini e in un certo senso fa curriculum, e ti da un brivido nuovo se sei annoiata.

Da una parte mi spiace che questa moda esista, ma dall'altra mi rilassa. Con così tante ragazze che fanno le bisessuali, ho l'opportunità di mantenere un profilo basso, finalmente.

A me le donne piacciono da quando ho i primi ricordi. Il mio primo amore non è stato mio cugino, ma mia cugina. La volevo sposare. Poi la seconda cotta fulminante è stata per la mia insegnante di danza. Avevo dodici anni e vivevo le mie storie nel mondo dello spettacolo, gli unici miei amori erano degli idoli irraggiungibili. Tranne lei. Ne scrissi pagine e pagine, che avrebbero dato spunti ad un'intera troupe di psicanalisti. Non la volevo sposare, volevo far mio quel corpo guizzante attraverso la tutina aderente. Anche se non avevo una grande idea di come.

Ma andiamo all'origine.
Avrò avuto quattro anni, quando sono sgattaiolata in cucina per guardare bene la copertina di un quadernino che i miei mi avevano regalato. C'era la silhouette di una donna in costume sulla spiaggia. Questo è il mio primo ricordo.
Crescendo, mentre la cultura soap instillata dai pomeriggi passati a casa di mia nonna mi indirizzava verso un romantico e tormentato amore etero, i sogni erotici che più mi contorcevano le budella avevano delle donne come protagoniste.
Tanti tipi di donne.

C'era quella esotica, con gocce di acqua marina sulla pelle color cioccolato al latte, le labbra morbide, il seno sfrontatamente generoso e sodo, i capelli ricci incrostati di salsedine. Io e lei in una grotta presso la spiaggia, mentre fuori pioveva sulla superficie dell'acqua.
C'era quella bianca e morbida, gli occhi grigi truccati di nero, coi capelli castani e arruffati, incasinata col fidanzato. Ci abbracciavamo, stavamo sdraiate sul suo letto singolo, vestite di strati di maglie e maglioni colorati, intrecciando le gambe e baciandoci a lungo, e mentre cercavo di indovinare le sue forme sotto i vestiti lei si alzava e se ne andava.
C'era quella secca, adorabili tette piccole, spigolosa, che avevo paura di spezzare mentre stringevo. C'era la sconosciuta disperata, nei guai, che mi regalava una pericolosa scheggia del suo tormento.

Mi svegliavo, mentre tra le mie gambe l'eccitazione accumulata esplodeva in una serie di pulsazioni che mi scuotevano il corpo e lo facevano sussultare sul letto. Non avevo ancora imparato a far scivolare le dita sulla carne per catturare il piacere, e farlo durare di più. Per più di venticinque anni i miei unici orgasmi sono stati quelli.

E con le donne, nella vita cosciente, i rapporti passavano da un gelo totale ad una confidenza eccessiva, attraversando il timore, così mi dicevo, che qualche amica ci provasse. Il che non mascherava un desiderio, perché di paura ne avevo eccome, del contatto ancor prima che del sesso.
Mascherava piuttosto la mia mancata accettazione di me stessa tramite l'imbarazzo verso possibili lesbiche. Solo quando chiudevo gli occhi la sera, ciò che temevo durante il giorno si imbeveva di colori caldi, invitanti, stuzzicanti. Andai avanti così per tutta l'adolescenza.

Fino a che a diciott'anni, dopo aver fissato un décolleté per cinque minuti, lo dissi a voce alta e contemporaneamente lo dissi a me stessa.

E subito dopo pensai: ecco che tutto va a posto.

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lunedì, 07 luglio 2008

La sua lingua si muove sul mio corpo i brividi mi scuotono, quando arriva a leccarmi in mezzo alle cosce il gemito è inevitabile, inizio a sentire la sensazione di calore e solletico che solo lui sa farmi sentire, inizio a provare piacere, non piacere mentale, non il piacere di essere baciata e toccata o il piacere di fare l’amore con lui, ma il piacere che mi parte solo dal corpo ed esclude completamente la mia mente, quello che mi fa gemere e ansimare e mi fa pensare cose che non vorrei mai pronunciare.

Sento la sua lingua muoversi come se stesse cercando qualcosa, in realtà non è per niente importante che lo trovi perché la sua esplorazione per trovarlo è la cosa che mi eccita di più.

Le sue dita penetrano senza difficoltà nel mio corpo, sono madida di umori e lui lo sa, rimango immobile mentre i suoi giochi dentro e su di me continuano.

Quello che vorrei è stringere tra le labbra il cazzo eretto, duro, lucido, provare la sensazione della sua punta contro il palato, del suo sapore dolciastro, della sua pelle che si arriccia contro le mie labbra.

Mi accarezza con un dito il buchino dietro, la sua lingua non si ferma, stavolta lo fermo io. Ho bisogno di sentirlo dentro. Voglio fargli sentire quanto mi fa godere, quanto mi piace quando mi scopa, no, non quando fa l’amore, quando mi scopa, adesso non c’è tempo per fare l’amore, voglio che mi metta a novanta e che mi scopi con tutta la forza che ha, voglio che si spinga dentro di me il più possibile, fino a farmi male se è necessario, voglio sentire il suo corpo umido di sudore, più di ogni altra cosa voglio sentirmi piena del suo sperma.

Mi metto a quattro zampe e capisce, mi penetra subito, mi scopa tenendomi per i fianchi, mi chiede di dirgli che sono la sua troia, di dirgli che mi sta facendo godere – sono tutto quello che vuoi, basta che continui a scoparmi così, divento tutto quello che vuoi, te lo giuro, basta che non ti fermi - sento il mio addome vibrare e i miei umori scorrere sul cazzo che esce ed entra dal mio corpo per colare più in basso sui quei testicoli che mi piace leccare e succhiare, sui quei testicoli che tante volte vorrei che potesse mettere dentro.

Aumenta la forza con cui mi penetra, diminuisce il ritmo, pochi colpi, devastanti, ho al bocca aperta, anche se non mi vede perché vorrei urlare ma non ho il fiato per far uscire la voce, mi escono solo piccoli gemiti scomposti, come quelli di un bambino che fa i capricci

Mi stringe i seni, ma voglio che me li torca che me li strizzi, che mi pizzichi i capezzoli tra le dita, sento caldo al basso ventre e freddo in tutto il resto del corpo, sto per venire, gli e lo dico , sì dai vieni, -Dio come mi scopi bene, continua dai, continua a darmelo così, non rallentare per vedere se sto venendo continua, sto godendo - vengo su di lui, lo sente perché lo bagno tutto,

Adesso tocca lui a godere da pochi colpi veloci, che mi fanno gemere poi viene anche lui, appoggiandomi il cazzo tra le natiche e schizzando sulla mia schiena nuda, sento il suo seme caldo che scorre verso il basso nell’arco della mia schiena per colare tra le mie gambe bagnarmi anche il sedere, me lo mette in bocca per farsi pulire,  vorrei potermi smontare il corpo e leccare tutto il resto.

DSCN15871

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lunedì, 27 agosto 2007
Bevi, amore, bevi dalla fonte
Delle tue angosce.
Immergiti dal mento, su alla fronte
Tra le mie cosce.

Spalanca quella tua bocca vorace
E sbrana la mia.
A entrambi - lo sai troppo bene - piace
Alla follia.

Girati così, afferrami ben stretto
Per le terga.
Mi stendo anch'io di lato e mi getto
Sulla tua verga.

Ti sento adoperarti, sì... la presa
Tieni salda!
Leccandola finché non l'avrai resa
Morbida e calda.

E io lo lecco in punta, lentamente,
Poi lo divoro.
Lo renderò pieno, duro, lucente,
Fin più dell'oro.

E allora sì, le bocche leveremo
Dal fiero pasto
Un attimo di desiderio estremo
Prima del resto.

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giovedì, 19 luglio 2007
In giro per questa città noiosa, che mi sembra ancora più grigia quando ci sei tu, perché mi basta spostare lo sguardo da lei a te per vedere quanta differenza c'è.
Sposto lo sguardo che dalla tua barba scende sul collo e sulla camicia, due bottoni civettuoli aperti a lasciare appena appena intravedere un po' di rada peluria bionda.
Mi basta questo per mettermi appetito. Sapere che affondando il viso in quella scollatura sentirei un calore odoroso che mi scioglierebbe come brina.
Vorrei essere capace di aprirti quella camicia, bottone per bottone, coi denti, e ritrovarmi sotto le labbra l'umido estivo della tua carne profumata, morbida, così appetitosa e soddisfacente.
Resistere fino all'ultimo alla tentazione di morderti o leccarti... tanto sarai mio, tutto mio.

...e poi ritorno al viale, dove la brezza mi raffredda le gambe appena coperte da una gonna da pochi soldi.
E penso per contrasto alle tue mani calde che le percorrono disegnando paesaggi e componendo sinfonie lascive, nella loro febbrile ascesa verso zone che nessun vento potrebbe raffreddare quando sei con me.
Mi stringo a te. Mi fanno male i piedi, ci sediamo su una panchina, mi sfilo le scarpe e ridendo ti metto i piedi sulle gambe.
Sorridi, e mi tiri a te prendendomi per un braccio. Ci baciamo.

La tua bocca, un capolavoro di sensualità. In essa si racchiudono tutte le forme del sesso.

Le tue labbra, morbide come petali di una pianta carnivora. Le tue labbra uccidono. Possono depositare baci che sembrano bollicine nell'acqua, dolci come vaniglia, fresche come spuma d'onde vaporizzata - oppure bollenti come magma, baci come sabbie mobili e correnti traditrici.

Giro girotondo, il mondo gira in tondo...

Un bacio, una goccia d'olio profumato, inebriante, un trillo argentino, il luccichio di una luce bianca su una lacrima di cristallo. Si frange, si spezza e si ricompone sulle cellule della mia pelle, sulla saliva delle mie labbra e della mia lingua. I tuoi baci sono foglia di re, guariscono le piaghe e danno sollievo e conforto.

Mi mordi. Sono scivolata non so come in braccio a te, e le mie gambe aperte ti stringono i fianchi, le tue mani sui miei. Ci stacchiamo, sorrido imbarazzata guardandomi intorno. Nessuno sembra farci caso... peccato, quasi quasi.

Ci rialziamo, ci rimettiamo a camminare tenendoci per mano. Le nostre dita compongono e sciolgono continuamente intrecci. Siamo irrequieti per il mostro di desiderio che siamo andati a stuzzicare.

Non arriveremo mai abbastanza presto a casa... ci guardiamo, con furia. Respiro, Adrenalina.

Ecco che passiamo davanti a una specie di galleria. Le vetrine si estendono per quasi tutta la lunghezza delle pareti, ma in fondo non si capisce bene che c'è.
Entriamo, camminando piano e scherzando su quello che tutt'e due stiamo sperando fin troppo seriamente.

In fondo alla galleria c'è una hall dove stanno facendo dei lavori. C'è l'ingresso di una casa, c'è qualcosa che assomiglia ad una telecamera, ma probabilmente non lo è... non ho molto tempo per esaminarla...

Mi spingi in un angolo inchiodandomi le spalle al muro, occhi rossi, sguardo di ubriaco, bocca semiaperta da cui il fiato esce sibilando attraverso i denti.
Il tuo bacio è il morso di un puma, un'onda anomala. Annaspo, apnea, annego. Ho la testa in fiamme, ma tra le cosce è molto peggio... Lì dove mi afferri adesso allargandomele a forza, e insinuando due dita sotto le mutandine che si sono intrise di un odore che ti è ben noto.

Ti passi le dita sotto il naso. Mi guardi sempre.

Poi t'inginocchi e vedo scomparire la tua testa sotto la mia gonna. Mi baci lì, attraverso le mutande. Sento il tuo respiro come scirocco, sento umido e morbido... e poi mordi. Mordi la stoffa odorosa, te la mangi, mentre mi contorco e mi mordo le labbra per non gemere.

E con i denti, proprio come avrei voluto fare io, me le sfili.
Una volta abbassate a sufficienza, vedo rispuntare la tua testa.
Ti rimetti in piedi, mi prendi una mano e senza troppe cerimonie me la premi contro il tuo pube.
Una gioia infantile, da voler saltellare e battere le mani, mi assalirà irresistibilmente quando sentirò che il tuo tesoro è pronto per me.

E le mie mani di bambina scartano il regalo.
Non posso fare lentamente come vorrei, ma cerco di non affrettarmi, di assaporare i movimenti, di immagazzinarli nel ricordo per quando mi mancherai... e adoro quando mi guardi da su in sotto, con l'aria da figlio di buona donna che mi chiede Beh, che aspetti?

Il tuo tesoro spunta dalla cerniera, frutto tropicale avvolto e nascosto in bucce molteplici. Vorrei coccolarlo e assaggiarlo in tutte le sue forme e scanalature, ma abbiamo così poco tempo e così tanta voglia...

Così, mi sfilo le mutandine e le faccio scivolare in borsetta con un'aria malandrina.

La tua porcellina è qui che ti aspetta, tesoro mio...

Sorridi.
Ti avvicini, muovendo su e giù la mano. Poi mi costringi al muro col torace e d'un colpo lo infili dentro, deciso. Non riesco a trattenere un verso di piacere, e spavento. Mi piace terribilmente, troppo, è lì che dovrebbe stare sempre.

Intanto ti sei sfilato quasi tutto... e io sto per chiederti dove vai quando spingi di nuovo, fino a farmi sentire il fruscio dei tuoi peli contro i miei.

E ancora.
E ancora.
E ancora.
Più veloce.
La schiena sbatte contro il muro di cemento grigio.
Dolore. Non m'importa.
Più veloce.
Più veloce.

Dai, bello, dai, avanti.

Mi sorprendo come ogni volta a sussurrarti oscenità all'orecchio, mentre lo mordo e lo lecco. Ti dico che sei un maiale, il mio maiale. E tu, tu che hai da dire?

...che sono tua. La tua puttana, la tua donna.

Mentre il tuo cazzo si muove veloce - ormai è casa sua quella, ormai è pratico, mi sollevi la maglietta. Guardi, e sorridi. Malandrino.

Rallenti un attimo per affondarmi il viso nel seno, e inspiri a fondo.
Poi riprendi, più furioso di prima.

*Come vorrei che quella telecamera ci riprendesse... che qualche guardia si stesse accarezzando il proiettile davanti a questa nostra performance, e che si sborrasse nelle mani, il porco, a vederti spingere come un ossesso, mentre con una mano mi reggi il culo e con l'altra mi strapazzi le tette, me le graffi e te le porti alla bocca...*

...

Dall'altra parte del vetro, la guardia emise un suono strozzato. Inghiottì. Rimase così, piegato in avanti, ancora un secondo o due; poi diede un sbuffo, e si tirò su sulla sedia.
Si guardò la mano e imprecò. Alzandosi per prendere una salvietta, lanciò ancora uno sguardo ai due piccioncini che si scioglievano dal loro abbraccio, e subito dopo si ricomponevano. Mentre la ragazza si chinava a raccogliere le mutande nella borsetta, vide il suo cespuglio bruno che spuntava da sotto il gonnellino corto, prima che fosse a malapena rinfoderato nel perizoma.

Indugiò ancora qualche minuto, finché non furono spariti attraverso la galleria. Poi finalmente si decise a rispondere al telefono.
Si alzò pesantemente e raccolse la giacca, poi aprì la porta al collega al quale comunicò *quasi* tutto di quella "noiosa serata", prima di trascinare il suo corpo opulento fuori dalla stanza.

1stday
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giovedì, 07 giugno 2007
Dalla fessura dei tuoi denti
Un respiro strozzato
Quasi fosse alla gola
Stretta la mia mano.

Ma di che ti lamenti?
La vita che ti ho succhiato
Tornerà a te da sola
Piano, piano.

Ma da quest'altra fessura
Non voglio staccarmi.
Non m'importa se gridi e piangi
Non li sento i tuoi "basta!"

Perché la vuoi questa tortura...
E se provo alzarmi
"Ferma lì!" m'ingiungi
E mi afferri la testa.

Non avrei mai pensato
Di amarlo così tanto
Un membro virile
Lucido ed eretto

E sdraiata di lato
Mi addormento
Quasi in modo infantile
Stringendolo al petto.

W02
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mercoledì, 30 maggio 2007
Erano quasi le sette. Da circa dieci minuti l’ultima paziente se n’era andata e il Guglielmo Afforti si godeva la pace dello studio vuoto e silenzioso dopo una giornata di sedute intense e pesanti. Specialmente l’ultima… la paziente, una donna di circa quarant’anni molto magra e insoddisfatta della vita famigliare, sofferente di disturbi isterici e tendenze ninfomani aveva tentato ripetutamente di attirarlo verso la poltrona per raccontargli con tono sommesso le sue fantasie su alcuni ragazzi di nemmeno vent’anni che guidavano il gruppo di scout frequentato dal figlio dodicenne. Vedendo che il dottore rimaneva impassibile di fronte ai suoi contorcimenti sul divano s’era arrabbiata. Lui aveva cercato di condurre la discussione sul terreno delle motivazioni ma lei aveva fatto resistenza per ripicca e solo allo scadere del tempo aveva mostrato segni di ripensamento, secondo il solito copione: tentava di sedurlo, si imbronciava di fronte al muro asettico della professionalità che lui imponeva al rapporto, poi si faceva passare tutto in previsione del prossimo tentativo di seduzione.
 
Quando se n’era andata era sprofondato nella sua poltrona con gli occhi chiusi, godendosi quella pace nella penombra della luce verdognola della lampada con paralume che la moglie, Alice, gli aveva regalato all’inizio dell’attività e che aveva sempre tenuto sulla scrivania. Quasi non si accorse che era entrata la sua segretaria, una ragazza di poco più di vent’anni, Camilla, che Alice gli aveva trovato. Era la figlia di una sua amica che voleva un lavoretto compatibile con l’università; a lui serviva più che altro come filtro e per evitare situazioni che potevano diventare esplosive. Se la paziente ninfomane avesse tentato un approccio più diretto, per esempio, lui avrebbe chiamato Camilla con un pulsante sul telefono e lei sarebbe arrivata con la scusa di una telefonata per evitare il disastro. Era una ragazza simpatica e anche sveglia, ma anche con lei aveva preferito stabilire una notevole distanza.
“Dottore, se per oggi non ci sono altre visite, io andrei via subito, come le avevo detto”.
Si accorse che durante l’ultima visita, mentre lui era impegnato a scansare gli assalti della ninfomane, doveva essersi cambiata. Di solito vestiva in modo discreto, jeans sdruciti, scarpe semplici e senza tacchi, costose ma consumate, borse che a giudicare dall’età dovevano essere appartenute alla madre… non aveva bisogno di attirare l’attenzione e, come le belle ragazze di buona famiglia era abbastanza consapevole e sicura della propria bellezza da non sentire la necessità di ostentarla, anzi forse avrebbe ritenuto un’imperdonabile mancanza di understatement sottolinearla con accessori troppo sfarzosi. Difficilmente una ragazza del genere avrebbe potuto avere bisogno, anche in futuro, del lettino dell’analista o del chirurgo estetico.
Comunque il motivo per cui aveva notato la differenza era che adesso Camilla portava un semplice tubino nero che lasciava scoperta la pelle chiara e fresca del collo e delle spalle e che pareva fosse stato cucito addosso al suo corpo snello e armonioso, tanto ne metteva in risalto i contorni esili. I capelli, in genere raccolti con studiata negligenza da una matita in un crocchio disordinato ora erano una liscia e disciplinata cascata color miele sulle spalle. Forse aveva anche appena un velo di trucco ma il suo sguardo maschile non avrebbe saputo riconoscere l’abilità necessaria a occultare tutta la pazienza necessaria per quell’esercizio di cosmesi invisibile.
“Allora stasera hai degli impegni?”
“Bhe si – rispose lei con un sorriso apertamente malizioso – vado a una festa con un’amica. Spero di divertirmi” disse con un filo di incertezza nella voce.
“Brava… fai benissimo, credo che me ne andrò anch’io tra poco a casa”
“Allora buona serata e mi saluti sua moglie” disse mostrandogli, mentre se ne andava, la schiena seminuda, tanto seducente che anche alcuni nei sembravano disposti ad arte più che dovuti al caso.
 
Rimase qualche minuto nella penombra dello studio silenzioso e dopo aver concluso, con una dose equilibrata di indulgenza verso se stesso, che l’attrazione esercitata dalla ragazza era dovuta al fatto che Alice era fuori città per lavoro e sarebbe tornata il giorno dopo, si preparò per uscire. Ricordò grazie a un post it che Alice gli aveva lasciato sul libro che stava leggendo, “In Patagonia” di Chatwin, che avrebbe dovuto comprare le scatolette per Raskolnikov, il gatto tigrato e indolente che Alice adorava e di cui lui si divertiva a storpiare il nome. Uscito dal palazzo dell’ufficio e immerso nel freddo traffico milanese del tardo pomeriggio rimase in dubbio per un attimo se tornare dritto a casa per rinchiudersi nelle nebbie della silenziosa zona residenziale appena fuori dal caos urbano, verso Gorgonzola, dove abitavano oppure sacrificarsi al senso del dovere e fare una piccola deviazione in qualche supermercato per assicurare la cena al gatto di Alice. Con una punta di rassegnazione si decise ad affrontare le code chilometriche dell’esselunga di Papiniano dell’ora di cena, la più vicina, frequentata dalle modelle delle agenzie di via san Vittore e, in conseguenza di ciò, da una folta schiera di singole, e si fermò alla fermata del 58, visto che piovigginava e non aveva voglia di bagnarsi per colpa di un gatto nelle due o tre fermate che doveva fare. Incredibilmente salito sull’autobus riuscì a sedersi subito e si mise a leggere il suo libro. Senza accorgersene nel giro due minuti s’addormentò.
 
Quando si risvegliò per uno scossone dell’autobus ormai era molto oltre l’esselunga, decisamente vicino al capolinea, in una zona che non conosceva, se non di fama, per essere non proprio raccomandabile. Sembrava dunque che dopotutto il caro Raskio avrebbe saltato la cena, nonostante la sua buona volontà. Il che non gli dispiacque poi tanto, visto che anche per colpa sua era finito a casa di dio. Si guardò intorno per capire dove fosse arrivato. Ormai il bus era quasi del tutto deserto fuori non vedeva che caseggiati anonimi e capannoni, nella bruma rischiarata dalla luce fredda di lampioni e semafori. Non riusciva a decidersi a chiedere indicazioni a due tizi seduti più avanti di lui. Uno, anziano calvo e grasso, con una rada barba incolta litigava in un dialetto roco e strascicato, mostrando la bocca semisdentata, e l’altro, basso e vestito con la divisa da soccorritore volontario rispondeva agli attacchi con sguardi cisposi di disinteresse e scrollatine di spalle unite a indistinguibili versi gutturali.
 
Stava per decidersi quando l’autobus si fermò per far salire un nuovo passeggero, un donnone alto, con una pelliccia evidentemente sintetica, lunga fin sotto il ginocchio, più della gonna, scarpe dai tacchi altissimi su polpacci solidi, tratti marcati e un trucco ancor più pesante, che si avviò barcollando per gli scossoni della strada verso i posti liberi vicini ai due strani figuri. Questi iniziarono a scambiarsi viscidi sguardi di apprezzamento sulla nuova passeggera. Ma in un attimo la situazione ebbe una svolta imprevedibile: dopo una buca e la relativa scossa del bus, più violenta delle precedenti, la donna impellicciata sembrò inciampare e cadde avvitandosi con un urlo soffocato sui suoi stiletti, battendo la testa sui sedili e svenendo. Subito i due individui che la stavano vivisezionando con lo sguardo, quasi increduli per la fortuna inaspettata, si precipitarono insieme ad aiutarla cercando di farla rinvenire. L’autista intanto si era accostato vicino a una fermata, aveva aperto le porte e chiedeva se servisse un’ambulanza.
I due però erano troppo impegnati a parlare con la donna seduta sul pavimento e ancora semisvenuta. Guglielmo invece seguiva il tutto dal suo posto, un po’ più indietro. Notò che la donna rispondeva con voce roca e profonda alle domande dei due anziani, e si accorse anche per primo, quando uno dei due scostò la pesante pelliccia per farla respirare meglio, che non indossava nulla, tranne una vistosa collana di perle false che incorniciava due tette grosse e dai capezzoli scuri. Ma più in basso, il che non lo sorprese del tutto, vista la fisionomia robusta della donna, sporgeva anche un uccello, di ragguardevoli dimensioni anche da moscio. Era un viado. E nemmeno dei più femminili, a conti fatti.
 
In un attimo guardò i due lubrichi individui accorgersi del terribile errore di valutazione fatto, scambiarsi uno sguardo tra lo stupore e la paura e poi cominciare a scambiarsi epiteti ingiuriosi strattonando il poveraccio che stava in mezzo ancora intontito dalla botta per allontanarlo ognuno da sé. La scena coi due che litigavano di nuovo e stavolta con toni accesi e spingevano il povero viado malfermo sui tacchi e col batacchio oscillante qua e là risultava tanto comica che gli venne da ridere. Subito dopo però pensò che era meglio togliersi da lì, si riscosse dal sonno, infilò una porta, mentre attirato dal casino l’autista si avvicinava preoccupato e se ne andò lasciando divertito i due vecchi alle prese con quel brutto affare.
Pochi passi dopo, sul marciapiede, era già stato inghiottito dalla nebbia in cui le periferie milanesi sprofondano immergendosi nel crepuscolo. Andava nel vuoto da un’isola di luce offerta dai lampioni all’altra. Stava per decidersi a cambiare direzione visto che non aveva la minima idea di dove stesse andando, quando sulla sinistra apparve una chiazza di luce più grande.
Si avvicinò. Erano le brutte insegne al neon di un bar ad angolo con delle grosse vetrate da cui si vedevano un paio di clienti seduti al bancone e qualche altro ai tavolini.
 
Pensò che l’insieme fosse abbastanza squallido e si decise a entrare per chiedere informazioni e bere qualcosa. Ordinò un martini al fatiscente baristi, impegnato a dare indicazioni a un paio di agenti di commercio, almeno così sembravano a giudicare dagli abiti troppo eleganti per il bar, su locali dove passare la serata per divertirsi, e andò a sedersi in un angolo. Poi avrebbe chiesto se potevano chiamargli un taxi, non aveva più voglia di mettersi a cercare un tram o un autobus. Si allungò sulla schiena con gli occhi chiusi e prese a massaggiarsi le tempie.
“Ehm… - l’esclamazione lo riportò alla realtà – mi scusi…”
Era il barista con l’ordinazione. Fece per cercare il portafogli.
“No, non mi deve nulla… questo glielo offre la signora là in fondo” calcando con la voce sulla parola “signora”.
“Ma… dev’esserci uno sbaglio… non la conosco…”
”Nessuno sbaglio – sorrise ammiccando – prima di aver finito il Martini l’avrà già conosciuta… è una nostra cliente abituale!”
E se ne andò lasciandolo dubbioso a guardar meglio la donna gli aveva indicato. Sedeva un po’ in disparte, da sola, con le braccia intrecciate in modo strano e sembrava persa nella contemplazione del denso liquido verdastro che riempiva a metà il suo bicchiere. Poi si scosse e girò la testa lentamente, pensosa, lo guardò e sorridendo alzò il bicchiere verso di lui.
Dopo un momento di indecisione rispose al brindisi e vide mentre beveva che lei si alzava e si dirigeva verso il suo tavolino. Aveva un abito nero molto stretto e piuttosto volgare, scollato sul seno e del tutto inadatto a quel posto.
In un attimo se la ritrovò davanti.
“Non mi invita a sedermi?” aveva una voce molto roca, da fumatrice. Da vicino il vestito da puttana da quattro soldi sembrava fuori luogo, aveva un bel corpo e dimostrava circa trentacinque anni. Anche il trucco parecchio pesante stonava coi lineamenti non bellissimi, ma regolari
“Certo – esitò un momento quasi stupito dallo sguardo obliquo, un po’ perso di due occhi azzurri molto chiari, acquosi – che stupido… ma si accomodi, molto lieto, io sono…”
“Lasci perdere – lo interruppe lei.
Si sedette e si adagiò sulla schiena. Aveva un bel collo e quella posizione esaltava anche due tette piccole ma sode, coi capezzoli in risalto.
Forse non aveva il reggiseno. Di sicuro sapeva che la postura metteva in risalto le sue doti migliori. Si aggiustò i capelli biondi raccolti in una chioma di cavallo.
“Non le chiederò neppure cosa ci faccia lei qui… - sembrava che lo stesse soppesando con lo sguardo – non l’ho mai vista prima e non mi sembra un habituè di questo genere di bettole”
lo disse a voce alta, come se volesse farsi sentire dal barista, che infatti fece una smorfia di fastidio.
“In effetti è una pura casualità. È la prima volta credo che arrivo in questa parte della città e…”
“Le ho già detto che questi sono particolari trascurabili – lo fermò gentilmente ma con decisione – quel che conta è che lei sia qui, stasera. E che se vuole, naturalmente dopo che avrà finito il suo drink, potremmo spostarci a casa mia”
”Ah… lei abita qui vicino?” colto alla sprovvista non gli venne in mente null’altro da chiedere.
“Diciamo che ho un punto d’appoggio. Giusto per le casualità…”
Intanto sorseggiava lentamente dal suo bicchiere.
“Ma guardi… non credo che sia il caso, io devo riuscire a capire come tornare a casa mia e poi…”
“Bhe al limite può chiamare un taxi e farsi portare dove vuole, no?”
”Certo ma ho già chiesto qui un paio di numeri di radiotaxi e posso chiamare con il mio cellulare”
”Questo lo so benissimo”.
Lo guardò con un sorriso come di sfida, poi vuotò il suo bicchiere d’un fiato alzando il mento e il capo, si alzò e fece per infilarsi un soprabito scuro più lungo della gonna.
“Allora che fa? Vuol passare da me o no?” lo guardava con occhi divertiti, come un gatto che fissa il topo aspettando che si consegni spontaneamente al nemico.
Si sentì quasi sfidato a duello.
Finì subito il suo martini e rispondendo alla provocazione si alzò.
“Eccomi, sono pronto”
Lei alzò il bavero del soprabito con espressione soddisfatta e si avviò fuori dal bar senza aspettarlo.
Lui la raggiunse un attimo dopo sul marciapiedi. La nebbia umida li separava dallo squallore del quartiere come chiudendoli in un nube ovattata e irreale.
Camminarono in silenzio per alcuni minuti girando varie volte a sinistra e poi a destra, ormai aveva perso del tutto la nozione dell’orientamento.
“Manca molto? Non riesco a capire dove siamo”
”No, eccoci!” dalla tasca del soprabito tirò fuori un mazzo chiavi e aprì il portone di quello che sembrava un capannone industriale. Forse ne avevano ricavato dei loft.
 
L’androne era buio e umido e aveva un odore di legno e di colla, da vecchia bottega di falegname. Lei si avviò verso il centro dove una lampada al neon rischiarava la penombra a intermittenza, sembrava sul punto di rompersi. C’era un montacarichi e dietro una porticina. Arrivata alla porta dell’ascensore ci si appoggiò di schiena e si mise a guardarlo.
Lui si avvicinò. Erano quasi incollati e poteva sentire addosso a lei un misto di profumo, alcool e umidità esterna. Fece per chiamare l’ascensore.
“A che piano dobbiamo salire?”
”Non è indispensabile” gli rispose avvinghiandoglisi con le braccia e una gamba e dandogli di prepotenza un bacio aggressivo e impetuoso.
Lo spinse contro la rete metallica che conteneva il vano dell’ ascensore e gli si aggrappò addosso premendogli contro il suo corpo con forza, voleva farglielo sentire. E voleva sentire la sua reazione.
Che non tardò ad arrivare.
Attraverso la stoffa sottile dell’abito lui sentiva le tette di lei, la pelle fresca, doveva aver sentito freddo nel pezzo di strada che avevano fatto dal bar solo, i capezzoli inturgiditi dal clima rigido o dalla foia che le percorreva il corpo come una scossa. Si muoveva con continui strusciamenti nervosi, con una mano gli graffiava la schiena attraverso la camicia. Lui poteva sentire le unghie appuntite. Poi lei alzò una coscia e gli cinse il fianco.
Quasi scivolando la mano di lui scese sul dorso semi scoperto dalla scollatura del microvestito di lei e passò a stringerle il culo, prima timidamente, poi con forza.
Lei spingeva con la schiena assecondandolo… finchè lui infilando la mano sotto la stoffa sentì la pelle fresca del culo, poi una leggera peluria e infine lo spacco umido della sua fica appena sopra il perineo: non portava lingerie!
 
Dopo un attimo di stupore quasi spinto dalle contorsioni di lei le infilò prima un dito e poi un altro nella cavità calda e bagnata della fregna… si accorse che lei ora lo fissava con la bocca socchiusa in un alito di piacere al Martini. Il suo uccello premeva prepotente contro la cintura dei pantaloni e lei iniziò a massaggiarglielo con forza, poi iniziò a sbottonargli la camicia e a baciarlo con foga tra il collo e il petto. Trovò i suoi capezzoli e iniziò a torturaglieli facendolo gemere, tanto che lui raddoppiò gli sforzi nell’arpeggio della fica sempre più aperta e bagnata. Man mano che lei scendeva sul petto e sull’addome di lui, leccando e mordendo i suoi muscoli glabri e appena imperlati di sudore ed eccitazione lui si curvava per riuscire a mantenere le sue dita immerse nell’umore della fica. Rabbrividì a lungo reclinando la testa all’indietro in forti sospiri di piacere mentre lei adorava il suo ombelico con la lingua.
Quando ne fu sazio le alzò il capo con la mano libera e fissandola negli occhi ebbe a stento bisogno di chiederle:
“Prendilo in bocca… ti prego…”
” Cos’hai detto?” gli rispose, gli occhi ebbri di desiderio
“Succhiamelo…”
“Cosa?!”
“Succhiami il cazzo” fece in tempo appena a finire con un soffio che lei tirandogli giù la patta ne estrasse l’uccello gonfio e rosso e prese a leccargli piano la cappella, mentre lui scioglieva la cinta e liberava del tutto l’arnese par lasciare spazio alle manovre della lingua di lei.
 
Lo prese in bocca lentamente, sentiva la cavità umida avvolgersi attorno all’asta, calda, fino alla base… poi la lingua prese a stuzzicare la base della cappella… in un vortice di saliva e di piacere.
Sentiva la testa completamente invasa dal vuoto pneumatico… ogni colpetto di lingua gli mandava una piccola scossa che partendo dalle palle, che lei accarezzava dolcemente, si diffondeva su per la schiena in piccole onde. Dopo qualche minuto di quel lavoro non ce la faceva quasi più…
Le affondò le mani tra i capelli, sollevò la testa e la vide leccarsi le labbra…
“Si… ancora”
Le riabbassò la testa sul cazzo con forza, stavolta guidando il movimento su e giù per la minchia, mentre lei si teneva artigliata ai suoi glutei contratti nello sforzo di farle arrivare l’uccello il più a fondo possibile nella trachea.
Lo guardò fisso negli occhi mentre faceva sparire tre le labbra frementi ogni singolo millimetro della sua sbarra, sentendo crescere la sua voglia di scoparle la bocca. Cominciò a salire e scendere sulla mazza, alternando umide e avvolgenti leccate a un morbido contatto delle labbra lasciate morbide sulla pelle, per poi soffermarsi a concedere le meritate attenzioni al glande, gonfio e tumido come un bocciolo rosso.
Lui si lasciò andare indietro aggrappandosi con una mano alla rete metallica dell’ascensore, mentre con una mano la teneva dai capelli sulla nuca con i fianchi spingeva in un crescendo di colpi di cazzo che si scontravano violentemente con il movimento della bocca.
Le mani di lei iniziarono a vagare frenetiche sui suoi fianchi, poi sull’addome e sul petto contratti dall’eccitazione. Lasciò andare l’uccello e prese a leccargli la pancia, indugiando sull’ombelico, mentre lui le schiacciava la testa su di sé e ansimava sentendo il calore del respiro sul proprio stomaco. Con la mano destra intanto lei lo segava lentamente e dolcemente, tirando indietro per bene il prepuzio e poi ricoprendo per intero la cappella e di nuovo, fino in fondo.
 
Non riuscì a trattenersi a lungo. Prese a leccargli la base del bastone, poi la sacca delle palle coperta di una fitta peluria bionda. Alla luce barcollante dell’androne vedeva la testa bionda di lei sparire a tratti nella penombra pubica, mentre il collo si allungava e la lingua arrivava a lambire dopo l’interno delle cosce, il perineo e l’anticamera del culo. La sensazione combinata con il freddo sulla pancia bagnata di saliva lo fece rabbrividire.
“Ahhhhhhhh… ti prego… continua”
Lei prese a leccargli la cerchia tenendola ferma con una mano, lunghe liquide languide leccate sulla parte inferiore, fino al frenulo fremente, e poi di nuovo su e giù con una raffinatezza che non aveva mai provato prima… una vera esteta del pompino… che provava un enorme piacere nel vedere le reazioni che la sua lingua e la sua bocca riuscivano a produrre su di uno sconosciuto.
Ora si passava socchiudendo gli occhi l’uccello sulle labbra spalancate… era zuppo di saliva e liquido prespermatico… lui si accorse che presa nel vortice di foia aveva iniziato a menarsi il grilletto con la sinistra, muovendo il corpo in contemporanea. Prese a passarsi il cazzo sul volto, sulle guance morbide, la mazza scivolò morbida sul naso, gli occhi strizzati, la fronte coi capelli umidi di sudore, poi anche sul collo liscio. Ora anche lei gemeva in modo quasi convulso seguendo il ritmo delle dita nella fica.
Come aveva visto fare in alcuni filmati pornografici su internet si riappropriò della sua mazza e comincio a tirarle dei lievi schiaffetti con la cappella sulla bocca e sul viso. Vedendo che sembrava gradire la pratica aumentò la forza e la frequenza dei colpi. Prese a infilarglielo in bocca spingendo verso il basso, nonostante avere ancora addosso i pantaloni limitasse i movimenti.
Spingeva l’uccello fino in fondo, a sentire la tensione della gola, lo tirava fuori fradicio, lo strusciava sul viso di lei e la sferzava con la cappella. Poi ricominciava.
Sentiva la tensione aumentare nei coglioni e gli venne voglia di scoparsela.
La alzo dalla posizione ginocchioni e la baciò con forza, mettendole una mano nel culo e strofinandole il cazzo sul ventre. Aspettava solo un minimo segno di via libera per infilarglielo tutto su per la figa, così in piedi.
 
Invece prima che potesse rendersene conto si ritrovò spinto a terra da un uomo sbucato dal retro dell’ascensore… gli diede una botta su un fianco e gli strappò dalle mani la donna lasciandolo lungo disteso per terra. Da lì vide che doveva essere uscito dalla porticina rimasta semi aperta nel vano tra l’ascensore e le scale.
Intanto l’intruso s’era avvinghiato alla donna e aveva iniziato a baciarla. Gli ci volle un po’ per rendersi conto che lei non sembrava affatto turbata dall’aggressione, anzi, rispondeva all’assalto con energia almeno pari a quella dell’aggressore. I due erano intrecciati come due animali in calore. Lei gli teneva l’uccello con una mano e lo accarezzava convulsamente. La sentì chiedergli in un soffio:
“Allora… che aspetti… scopami”
Allora l’uomo, lo guardò in viso bene per la prima volta in quel momento, aveva un paio di occhiali rotondi con la montatura metallica e una barba fine e regolare sulla mascella e sul mento, l’aspetto di un insegnante e un’espressione dura come la sua nerchia, sembrava interamente coinvolto nell’attesa spasmodica dell’amplesso. Ebbe un attimo di esitazione, quasi il desiderio lo avesse sopraffatto al momento della richiesta… poi di botto la prese dai fianchi e la piegò facendola girare di schiena, mentre lei allargava le gambe e tirava su il vestito scoprendo oscenamente le chiappe e la fica, pronta a farsi montare. Si avvicinò all’anfratto vaginale tenendo l’uccello con una mano, lo poggiò all’ingresso e infine la montò con un colpo secco che la costrinse a inarcare i fianchi, il tutto in un silenzio sacrale.
“AH! Si… così… montami…”
Iniziò una sarabanda di ficcate sempre più rapide e violente che la scuotevano, le tette sfuggite alla leggera copertura della scollatura ondeggiarono finchè l’uomo non decise di usarle come ancora per le sue spinte pubiche. Lei si agitava come una barca fustigata da un violento fortunale, fu costretta ad aggrapparsi alla ringhiera delle scale. Per loro l’osservatore era del tutto scomparso. Era Rimasto incredulo prima, poi preso da una strana eccitazione voyeuristica aveva cominciato a godersi l’esibizione, quasi tentato di predervi parte. Poi però lo aveva dissuaso l’atmosfera di complicità che si respirava attorno alla coppia che scopava come se fossero nel salotto di casa loro; sentendosi un intruso decise che era il caso di levare le tende. Si alzò per rivestirsi, continuando a guardarli fottere e gemere. Mentre sistemava la cinta, l’uccello ancora in tiro per lo spettacolo che continuava a un ritmo sempre più indiavolato, lei si voltò dalla sua parte, il viso contorto in una smorfia di piacere appoggiato sul braccio velato di sudore. Poi lo guardò. Non era affatto imbarazzata.
“è fatto così… - disse ansimando per i colpi di reni della scopata – si eccita come una bestia a vedermi spompinare altri uomini…”
Quasi gli venne da ridere per il ridicolo della situazione. E invece andando verso il buio del portone e passando di fianco ai due amanti avvinghiati, riuscì anche a mormorare, strizzandole l’occhio:
”nessun problema!”
 
Poi la nebbia umida della periferia milanese lo accolse di nuovo nelle sue braccia morbide.
Era di nuovo perso nel bel mezzo di un gelido inverno.
( 1a puntata - continua )
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lunedì, 30 aprile 2007
Appoggiato alla parete argillosa, Pier guardava i riflessi della luna muoversi sulla superficie appena increspata del mare. Le onde si infrangevano a pochi metri davanti a lui placidamente, e alle sue spalle si sentiva il leggero mormorio dei cespugli di canne appena mossi dal vento tutt’intorno alla piccola insenatura sabbiosa.
Spense la sigaretta e si accucciò per terra raccogliendo la bottiglia di birra che si era portato dietro come faceva spesso dopo le guardie di sera. Si era tolto la divisa e adesso sentiva sulla pelle delle gambe il freddo della sabbia appena umida per la sera. Ogni tanto il vento si infilava tra le pieghe della camicia sbottonata e gli provocava dei gradevoli brividi di freddo, ma dopo una giornata d’estate passata nella capitaneria a passar pratiche e le ore di guardia fino a sera tardi, i rari aliti della brezza marina sembravano portar via dal corpo tutta la stanchezza e il sudore del giorno.
Andava spesso in quella caletta a fine giornata, sapeva che non c’era mai nessuno, nemmeno le coppiette, era troppo vicina alla caserma della guardia costiera, e qualche volta si faceva un tuffo rapido nell’acqua calda della notte, magari nudo.
I suoi colleghi, invece, non ci andavano mai perché preferivano le spiagge vicino alla città, con gli stabilimenti, dove potevano ubriacarsi della vita notturna e della libertà estiva.
Quella sera si sentiva stanco però, niente bagno, solo qualche altra sorsata di birra e poi sarebbe tornato nel suo appartamento in caserma, dove lo aspettavano le lenzuola messe in fresco nel frigorifero.
Prese un’altra sigaretta. L’ultima pensò.
Poi, mentre stava per accenderla, sentì un rumore di passi arrivare dalla sporgenza di scogli che nascondeva la piccola baia, poco dopo apparve una figura; solo quando si fece più vicina si accorse che era Alberto, un v.f.b. che era arrivato da poco in capitaneria, un ragazzo di circa ventotto anni che quel giorno aveva anche fatto il turno di guardia con lui.
Quando si accorse che nell’ombra della parete d’argilla che sovrastava la spiaggetta c’era qualcuno rimase sorpreso.
“Ah, è lei, tenente, non l’avevo riconosciuta al buio”.
“Si, sono io, mi stavo fumando una sigaretta prima di andare a letto. ne vuoi una?” gli rispose porgendogli il pacchetto.
“No, grazie… – disse ansimando, aveva il fiato grosso – ma fumare dopo una bella corsa non è il massimo, e poi non fa bene sa?”
“Pensavo di essere l’unico a frequentare questo posto...”
“Mah, ogni tanto faccio un po’ di footing la sera, approfitto del fresco, durante il giorno è impossibile, tra il caldo e il servizio...”
Portava una canottiera aderente e un paio di calzoncini corti da corsa, alla luce della luna le braccia e le gambe muscolose rilucevano bagnate di sudore. Aveva davvero un bel fisico, alto, i capelli biondi piuttosto lunghi per la media di un allievo ufficiale, un viso regolare, dai lineamenti dolci e adolescenziali, ancora quasi del tutto imberbe.
Pier si accorse di fissarlo quasi in modo imbarazzante, Alberto aveva adesso quello che pareva un’espressione complicità sulla bocca.
“Beh, comunque adesso che non siamo in servizio – gli disse, e si guardò a indicare la sua tenuta poco ortodossa, un paio di bermuda e la camicia della divisa aperta – puoi anche darmi del tu e chiamarmi Pier... in fondo ho solo trentacinque anni, non sono mica un vecchio rincoglionito come il capitano!”
Alberto rise, per un momento.
“Davvero, tenente, lei ha ... – poi si fermò – scusa, ma è l’abitudine, davvero Pier hai trentacinque anni?... io pensavo che avessi la mia età – stavolta fu lui a soffermare lo sguardo sul fisico asciutto di Pier, che anche se non faceva costantemente palestra aveva comunque una forma discreta, le spalle larghe e un corpo snello e tonico – mi chiedevo in effetti come mai un ragazzo così giovane fosse già tenente...”
“Eh no, - rispose lui, sorseggiando ancora della birra – in realtà sono nella guardia marina quasi da otto anni...”
“Allora è comprensibile... cristo, devo puzzare come un animale, appena mi sono fermato mi sono coperto di sudore... ho bisogno di fare un tuffo”.
Lo guardò come con un sorriso di maliziosa complicità.
“Lei non si formalizzerebbe, oh scusa, - si interruppe con un sorriso – non ti formalizzi, vero, se mi faccio un bagno?”
“Assolutamente... ogni tanto lo faccio anch’io, figurati... fai pure, poi te l’ho detto, anche volendo, non siamo in servizio... – rispose con un’occhiata furba - poi magari torniamo in caserma insieme”
“Bene allora mi spoglio e faccio in un attimo”.
Si sfilò la canottiera mostrando nel gesto di allungare il torso e le braccia verso l’alto gli addominali ben definiti e un petto modellato dall’esercizio fisico ma non eccessivo, aveva anche della spalle ben proporzionate. Poi con finta pudicizia si girò dandogli le spalle, si abbassò i calzoncini, sotto i quali non aveva slip, ed entrò in mare, di corsa, mentre Pier dalla riva seguiva con interesse l’ondeggiare armonioso e ritmico delle sue chiappe tonde, finchè non si buttò in acqua.
In un attimo arrivò dove l’acqua gli permetteva di tuffarsi e scomparve sotto la superficie liquida per riemergere un po’ più al largo.
Fece ancora qualche bracciata, poi si girò verso riva, la luce della luna era davvero limpida quella sera. Gridò rivolto a Pier:
”Dai buttati anche tu... l’acqua è straordinaria...”
Ci pensò un attimo, anche lui non aveva il costume e avrebbe dovuto tuffarsi nudo, ma non era certo quello il problema... dubitava solo di riuscire a tenere a bada l’uccello, che aveva già manifestato chiaramente intenzioni bellicose verso il commilitone alla vista del suo corpo nudo.
Già qualche altra volta lo aveva sondato con lo sguardo in caserma, non era riuscito bene a capire se poteva essere interessato a farsi una scopata o se era irrimediabilmente etero.
Decise di provare, comunque almeno in acqua non avrebbe potuto accorgersi di nulla...
“Allora, vuoi venire o no?”
”Arrivo, arrivo” – rispose buttando sulla sabbia calzoni e camicia e avviandosi di corsa verso l’acqua per nascondere l’uccello già quasi duro.
Poco dopo l’aveva quasi raggiunto, la sensazione dell’acqua calda della notte e l’odore salmastro insieme alla birra gli facevano leggermente girare la testa.
Alberto se ne stava fermo, poco davanti a lui, riusciva quasi a scorgere solo il luccichio degli occhi sulla superficie dell’acqua, e aspettava in silenzio.
Si sentì quasi in imbarazzo di fronte al silenzio di quello sguardo.
“L’acqua è meravigliosa qui di notte – esordì Pier interrompendo il vuoto silenzioso che li aveva distaccati da tutto il resto dell’universo – non ci sono nemmeno le meduse, almeno io non ne ho mai incontrate”
Non rispose, continuava a guardarlo.
Poi a un tratto gli si avvicinò, adesso poteva vedere i suoi occhi chiari quasi brillare maliziosamente alla luce lunare.
“Mi sono accorto di come mi guardi, ogni tanto in caserma... ti piacerebbe scoparmi, vero?”
Rimase senza parole.
“Ma che cazzo stai dicendo – rispose tra il sorpreso e l’infuriato – io non ti guardo in nessun...”
Non riuscì a finire la frase perchè Alberto con un colpo di reni si immerse completamente sott’acqua e Pier non lo vide più finchè non sentì uno spostamento d’acqua alle sue spalle.
Era Alberto che ritornando a galla proprio dietro di lui lo abbracciava stringendolo forte intorno al petto con il braccio sinistro, mentre con la mano destra gli prendeva in mano il cazzo semiduro.
Appoggiò il viso dietro il collo di Pier, bloccando un tentativo di divincolarsi e gli mormorò all’orecchio, facendolo rabbrividire al contatto:
“A me piacerebbe provare... – fece una pausa, mentre con le gambe nuotava verso riva trascinando Pier a corpo morto, lo teneva incollato ai suoi muscoli sodi – non l’ho mai fatto prima... con un altro uomo, intendo... e anch’io ti ho guardato qualche volta, mi piaci. Sono venuto qui stasera, perchè avevo visto che ogni tanto te ne venivi da questa parte da solo, a fine turno, facevo solo finta di correre. Ma ero qui per te. Perciò, se ti va... potremmo divertirci un po’, che ne dici? Il tuo amico sembrerebbe d’accordo” e accompagnò l’ultima affermazione con una vigorosa strizzata sui coglioni.
Ormai erano arrivati in un punto in cui potevano stare in ginocchio. Alberto lo liberò dalla sua morsa sensuale e Pier si girò verso di lui.
Ora lo guardava in faccia. Sembrava fin troppo sicuro della risposta.
“Ma allora sei un furbetto! – gli disse stringendolo al petto impaziente di sentire il piacere del contatto con la pelle bagnata.
Poi lo baciò.
All’inizio Alberto rimase un po’ rigido, ma il suo amico tra le gambe rispondeva per lui al trattamento della lingua di Pier, che esplorava la sua bocca come le mani ne sondavano tutto il corpo, soprattutto quel culetto sodo che aveva ostentato per tentarlo.
Ora anche l’amico” di Alberto era sull’attenti.
“Allora che ne dici ?”– gli chiese
“Baci niente male per essere un uomo... - rise Alberto prendendogli il cazzo in mano e cominciando a tirargli una sega sott’acqua – vediamo anche il resto”.
E di nuovo sprofondò la lingua dentro la bocca di Pier muovendola come un serpente impazzito. Era caldo come quella notte d’estate, il ragazzo, pensò Pier, un attimo prima di lasciarsi andare, ebbro del calore liquido dei loro corpi confusi insieme.
Si attorcigliarono l’uno all’altro come un’alga attorno all’elica di una barca, Pier non smetteva di baciargli il collo mentre Alberto si dedicava con passione ai capezzoli turgidi del tenente e al suo petto umido e salato.
“Siii, così... mordili piano, ancora...”
Alberto scese piano tracciando un sinuoso percorso con la lingua sulla pancia di Pier, sempre più inebriato dal confondersi sulla sua lingua dell’acqua di mare, dell’aroma della birra sulla bocca di lui e delle sigarette sulle sue mani e sulla pelle.
Ora si era inginocchiato di fronte al cazzo scappellato di Pier.
Lo guardò fisso negli occhi,
“Posso prenderlo in bocca?”
”A questo punto direi che devi... “
Prima fece dei tentativi baciandolo sulla punta, poi a poco cominciò a leccare la cappella e l’asta, poi lo prese gradualmente in bocca, sempre un po’ di più, aveva un cazzo non esageratamente lungo ma bello spesso ma con un po’ di prove alla fine riuscì ad affondare il naso nel piccolo cespuglio di peli bagnati.
Sentiva la cappella spugnosa sfregare sul palato e muoveva la lingua provocandogli dei sommessi gemiti di piacere, e intanto non riusciva a non pensare a quanto era buono il sapore del cazzo e del liquido prespermatico, appena acido e salato.
“Siii, così, succhialo tutto... così”
Ora Pier guidava il movimento della testa di Alberto, docile, tenendola dai capelli con le mani, avanti e indietro sulla spranga sempre più dura.
“Piano, così, sei fantastico... sei un succhiacazzi fantastico...”
Intanto Alberto si riempiva le mani del corpo di lui, lo esplorava e lo percorreva finchè si introdusse fra le chiappe piccole e tonde e prese a stimolargli il buco.
“Bravo... infilami un dito mentre lo succhi” gli sussurrò Pier.
Così, un po’ rudemente, il ragazzo gli mise su per il culo prima uno, poi due e infine tre dita. Lui godeva come un pazzo, ma, quando sentì la sborra cominciare a ribollire nelle palle gonfie come due noci di cocco, lo fermò e lo fece alzare.
“Non credo che vorrai limitarti a un pompino... – lo guardò negli occhi e gli colò in bocca un bacio dolcissimo riconoscendo il retrogusto dei propri umori – pensavo che potrei prendermi cura anche del tuo culetto...”
Le pupille di Alberto brillarono di desiderio.
“Si – quasi ansimava dall’emozione – non volevo chiedertelo, ma perchè no, mi sento caldo come una troia, hai un cazzo buonissimo...”
“Ti è piaciuto, eh, porcellino – lo baciò ancora – vedrai come ti piacerà sentirlo salire dal buco del culo!”
Alberto si sentiva bruciare dal desiderio di essere sfondato, ricambiò i baci di Pier e poi fu il suo corpo a sentirsi ricoperto da una lingua, che si faceva strada prima sui pettorali poi sugli addominali, indugiando nella fossetta dell’ombelico, fino a sgusciare intorno alla mazza dura come ferro e pulsante.
Pier la avvolse tutta nel calore umido della sua bocca, non era troppo lunga ma piuttosto larga, prese a ingoiarla tutta alternando ora movimenti più lenti ora leccate rapidissime, mentre sentiva tutto il corpo di Alberto scoso dai tremiti del piacere.
“Cristo... siiii... prendilo tutto – muoveva il bacino sempre più a scatti – non smettereeee”.
Gradualmente Pier passò ai coglioni, non voleva che venisse troppo presto, aveva altri programmi per il suo orgasmo, e poi, facendolo girare prese e leccargli lo sfintere, avvicinandosi pian piano alla rosetta, mentre lui si sdraiava sulla schiena per dare spazio ai suoi colpi di lingua.
Quando ebbe lubrificato per bene il buco si apprestò a infilarci dentro l’uccello.
Con notevole rapidità sollevo le gambe di lui, ora steso con la schiena nell’acqua alta un paio di dita, poggiandosele sulle spalle, si chinò in avanti baciandolo, aprì le chiappe con le mani e poggiò la cappella sull’ingresso dello strettissimo condotto anale.
Poi spinse.
“Aaaaaaaaaah... dio... aaaaaaaah, no, cos... aaaaaaaaah”
“Non ti preoccupare – sentiva la cappella adattarsi al culo di Alberto, piccolo e fino ad allora intatto – è già quasi tutto dentro, cosììììììì... ancora un ultimo sforzo, siiiiiiiiiiii, hai un culetto davvero accogliente...”
Alberto aveva sentito le palle di Pier sbattere sulle chiappe insieme allo sciabordio del mare, sentiva il cazzo bruciargli come se avesse una spada di fuoco nel culo, poi in poco tempo il suo buchetto si adattò allo spessore dell’uccello e il dolore si trasformò in una serie di ondate di piacere che si spandevano dalla schiena fino alla testa, come cerchi concentrici, man mano che il ritmo dell’inculata cresceva.
“Ecco, piccolo – disse Pier soffermandosi ad accarezzarlo mentre lui gli cingeva i fianchi esili incrociando le gambe, e intanto beveva come un dolcissimo nettare i riflessi argentei del pallido disco notturno sulla sua pelle bagnata – adesso hai perso per sempre la verginità dal culo…”.
“Aaaaaaaaaa, si, sfondami... spaccami il culo... è bellissimo”
“Ti piace, eh – gli mormorava nell’orecchio facendogli venire la pelle d’oca – sentire il cazzo che sale su per il buco del culo…hai un buchetto bellissimo”
Alberto lo stringeva con una forza tremenda, godeva come un pazzo e assecondava la successione di impalate sulla sua sbarra marmorea, sentiva ogni fibra del suo corpo partecipare al movimento del bacino di Pier.
“Siii Pier, inculami... voglio sentirlo tutto su per il culo... cavalcami”.
“Ti accontento subito”.
Tirò fuori l’uccello e lo fece mettere a quattro zampe, poi si accucciò su di lui e glielo reinfilò tutto nel culo con una botta secca.
“Aaaaaaaaaah! così, siiiiiiiii, cosììììììììì...”
Sotto quei colpi, Alberto non poteva fare altro che spalancare il più possibile il culo, tendendo le mani nella sabbia, mentre Pier lo teneva dai fianchi e ammirava rapito la smorfia di piacevole dolore dipinta sul viso adagiato su un lato nella sabbia.
Non ce la faceva più.
Dopo un ultimo colpo sentì la sborra esplodergli su per il cazzo.
“Vengoooo, vengoooo, siiiiiiiiiiiiiiii… cristo!, vengooooooo”
“Siiii, riempimi il culo di sborra, riempimi tutto di teeee, siiii”.
E così riversando numerosi fiotti di sperma nelle sue strettoie anali, si accasciò senza fiato sulla sua schiena. 
Dopo un po’, quando l’uccello aveva dato segno di volersi ritirare lo aveva tirato estratto dal culo e si era steso sulla schiena nell’acqua, a prender fiato, a fianco del ragazzo che giaceva ancora bocconi nella sabbia.
A un tratto Alberto si voltò verso di lui, il viso era a pochi centimetri e poteva ancora scorgere le tracce dell’estasi che aveva provato, e con uno sguardo quasi annebbiato gli si rivolse:
“Adesso però tocca a me… ho voglia di scoparti… voglio sbatterti il cazzo nel culo fino a farti scoppiare il cervello…”
“Signorsì, collega... agli ordini!” – rispose lui sorridendo.
Subito il ragazzo si mise a cavalcioni e si chinò su di lui a baciarlo con violenza, strofinando la punta dell’uccello lungo la sua pancia. In qualche minuto riuscì a recuperare l’erezione di Pier e lo sollevò dal culo, separando le chiappe e iniziando a leccargli prima timidamente, poi con forza sempre maggiore, la rosetta e la sacca delle palle.
“Bravo, Alberto… così… non farmi sentire i denti, quasi non si direbbe che non l’hai mai fatto prima… ssiiiii…”
Dopo un po’ gli infilò un dito nel culo, sentiva il tessuto dello sfintere cedere senza troppa fatica, così prese confidenza e ne aggiunse altre due, con un po’ di ruvidezza, seguendo il movimento ondulatorio delle natiche di Pier, cercando di dargli più piacere possibile.
Poi rimise le sue chiappe a bagno sulla sabbia e tenendole aperte si insinuò tra di loro con il cazzo proteso in avanti. Con una mossa improvvisa glielo spinse tutto su per il culo, finchè non sentì sbattere le palle.
Prese a stantuffare il buchetto senza troppe cerimonie, la sensazione di avere l’uccello avvolto nel caldo condotto anale di Pier lo faceva impazzire.
Lui cercava a sua volta di guidarlo tenendolo dai fianchi, ma non riusciva a trattenere tutta la sua foga, i colpi continui e profondi lo facevano sobbalzare, non era particolarmente lungo ma lo spessore tendeva il suo anello anale fin quasi allo spasmo… anche per la violenza con cui seguitava a sbatterlo e che, inaspettatamente, lo faceva colare di liquido prespermatico come un pazzo!
“E’ meraviglioso sbatterti il bastone nel culo, voglio scoparti all’infinito”
“Bravo, continua così, non smettere, siiiiiiii …. Montamiiii…. Sbattimi senza fermarti, ecco… ancora daiiiiiiiii”
Si voltò su un lato sempre mantenendo nel culo la sbarra di Alberto, che adesso lo inculava come se volesse fargli arrivare la cappella in gola, il ritmo della chiavata si faceva sempre più forsennato, il ragazzo non riusciva a trattenere gemiti di godimento ogni volta che sentiva stringersi e contrarsi i muscoli del buco del culo.
Sentiva lo sperma ribollire lungo la canna, i muscoli irrigidirsi, il respiro prendere un andamento sempre più veloce e rivolse alla sua vittima consenziente uno sguardo che racchiudeva una richiesta precisa: la risposta arrivò, muta, da un bocca spalancata sul baratro dell’orgasmo, attraverso uno sguardo d’assenso.
Estrasse il cazzo dal buco e spostandosi agilmente con il bacino lo infilò tutto nella sua bocca, poi diede diversi colpi profondi, come se gli stesse scopando la faccia.
“Aaaaaaaah….. aaaaaaaaaaaaaaaaah…. Siiiiii, non ce la faccio piuuuuuuuuù, ti riempio la boccaaaaa….. sborrooooooo”.
Riversò una colata di lava bollente nella gola di Pier che lo teneva stretto dai fianchi scossi nel singhiozzo dell’eiaculazione, il volto contorto in un’espressione di estasi orgasmica, gli occhi rovesciati indietro.
Quando ebbe finito di scaricargli i suoi liquidi in bocca si sdraiò di fianco a lui e non seppe resistere alla tentazione di assaggiare il miscuglio di umori che aveva in bocca.
Di nuovo lo cinse da dietro con le braccia, poggiando il cazzo ancora rovente sui suoi glutei, e si allacciarono in un bacio salato e denso.
“Grazie di avermi fatto godere nella tua bocca… credo di non aver mai goduto tanto a riempirne una come stanotte – aveva uno sguardo di sincera riconoscenza negli occhi.
“Di niente, collega, è stato un piacere per me…” gli chiese Pier “tu non sei male, solo un po’ stretto, ma provvederò ad allargarti di persona… ah già e un po’ troppo irruento, mi sembrava che volessi aprirmi come una mela! Piuttosto… che ne dici del sapore del cazzo?”
“Buono il cazzo, tenente – rispose ridendo Alberto – almeno quanto il culo!”, infilandogli una mano tra i glutei.
“Sei davvero una piccola troietta promettente… ma non preoccuparti, al termine dell’addestramento avrai imparato a scopare educatamente e a rispettare i superiori come si deve”.
“Non vedo l’ora!”
Scoppiarono a ridere insieme, mentre le onde li ricoprivano con il loro sciabordio leggero e la schiuma sottile del mare, quasi come fossero una coperta sui loro corpi stremati e avvinti.

223955(si ringrazia DeepDungeonDark per la foto)
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martedì, 24 aprile 2007

Amor - come parola essenziale
dia inizio alla canzone e la sostanzi.
Amor guidi il mio verso e, nel guidarlo,
unisca anima e sesso, membro e vulva.

Chi osa dir di lui che é solo anima?
Chi non sente nel corpo l'anima espandersi
fino a sbocciare in un vivido grido
d'orgasmo, in un istante d'infinito?

Il corpo avvinghiato a un altro corpo,
fuso, dissolto, torna all'origine
degli esseri, che Platone vide completi:
é uno, in due perfetto: due in uno.

Integrazione a letto o già nel cosmo?
Dove ha fine la stanza e giunge agli astri?
Che forza qui nei fianchi ci trasporta
a quell'estrema regione, eterea, eterna?

Al delizioso tocco della clitoride,
tutto, ecco, si trasforma, in un baleno.
In un minuscol punto di quel corpo,
la fonte, il fuoco, il miele si concentrano.

La penetrazione via via squarcia le nubi
e svela soli tanto sfolgoranti
che mai l'umana vista ha sopportato,
ma, trafitto di luce, continua il coito.

E continua e si estende in tale guisa
che, oltre noi, oltre la stessa vita,
come attiva astrazione che si fa carne,
l'idea di godere sta godendo.

E in un patir di gaudio, tra parole,
anzi di meno, suoni, ansimi, ahi,
solo un piacere in noi raggiunge l'apice:
é quando l'amore muore d'amor, divino.

Quante volte moriamo l'uno nell'altro,
nell'umida caverna vaginale,
di quella morte che é dolce più del sonno:
la quiete dei sensi, soddisfatta.

Allora si instaura la pace. Pace di dei,
adagiati sul letto, come statue
vestite di sudore, grate per quanto
ad un dio aggiunge l'amor terreno.


(Carlos Drummond De Andrade)

by deceptionisland | commenti (1) | commenti (1)(popup)
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